Origini del progetto

origini del progetto

La parola chiave è SCORGERSI.

La prima volta che mi sono scorto è stato per caso: non mi sono riconosciuto.
O meglio: non mi sono riconosciuto per ciò che ritenevo di essere. Esteriormente e per ciò che di interiore traspariva dall’immagine fisica.
Allora ho cominciato a soffermarmi un po’ di più. Arrivando a casa, mi guardavo subito nello specchio lineare che sovrasta la buca delle lettere, prima che il rientro nella mia abitazione forgiasse subito un riassestamento del mio essere. O quantomeno del mio personaggio del momento. Poi ho approfittato degli specchi nei vari bagni pubblici, nelle toilette di bar e cinema, dentro gli ascensori, nelle case di altra gente, negli sportelli della metropolitana, nelle vetrine, nel retrovisore della macchina.
Ho cercato di soffermarmi, spesso non riconoscendomi. Il più delle volte mi sembrava di scorgere qualcuno che non mi piaceva tanto. Perché non mi piaceva tanto?
Ho cercato di prendere coraggio e ho cominciato a guardarmi intenzionalmente allo specchio, a stare lì, cercando di non scappare non appena vedevo una frizione. In quei momenti vengono in mente quante cose ci sono da fare invece di star lì a perder tempo guardandosi in uno specchio…….eppure…..
Ho scoperto tante cose.
All’inizio ho scoperto che di fronte allo specchio, di solito, mantengo una certa espressione, un’espressione che mi piace, in cui “mi” piaccio. Ho bisogno di vedermi nel modo che ritengo migliore, che “mi mostra” come vorrei mi vedessero gli altri. In seguito, ho scoperto che anche quel tipo di espressione rappresenta uno dei miei me. Il fatto è che vorrei essere sempre il tipo di quel momento.
Quindi, ho cominciato a cercare uno specchio nei momenti in cui sono attraversato da pensieri impegnativi, da considerazioni ossessive e tormentose. In quei momenti lo sguardo è concentrato sui miei stessi occhi, che dominano.
Solo un pensiero o un’emozione mi fa aprire l’attenzione al resto. Ed è in questo allargamento che scorgo un viso più reale a esprimere lo stato d’animo del momento. Allora, quell’ espressione impostata si scioglie e tutto il flusso delle emozioni passa impetuoso.
Un’altra testimonianza importante sono le foto scattate a mia insaputa, cioè non in posa. Sono andato a cercarne di quel tipo. E’ pazzesco rendersi conto della varietà di espressioni che io ho e che non conosco!

Forse tutto è cominciato quando alcuni hanno cominciato a dare definizioni di me nelle quali non mi rispecchiavo. Per esempio uno ad un certo punto ha cominciato a chiamarmi ogni tanto “Ciccio”: l’ho odiato, rifiutavo di vedere che col tempo la mia generica tendenza alla rotondità si stava trasformando in grassezza; altri hanno preso a chiamarmi, con intenti affettuosi, Tonino. Ho sempre rifiutato questo diminutivo come antiquato, iper-popolare, non accogliendo la dolcezza che mi veniva offerta in quel modo. Una ragazzina una volta mi ha detto: “Quando sorridi sembri un topolino!”: terribile. Sono poi andato allo specchio per osservare con attenzione la mia bocca mentre sorrido: ho dovuto prendere atto del perché mi aveva visto così. E così via.
Adesso, quando qualcosa mi turba, se posso cerco di correre davanti a uno specchio, col viso di quel momento, senza censure, per cercare di scorgermi nel flusso che totalmente mi impregna, dando poi libero sfogo a ciò che deve uscire.
Credo sia un atto di coraggio.
Ho così cominciato, di tanto in tanto, a svelare cosa rappresenta il mio volto in certi momenti della vita, quando si è lontani da uno specchio.
Ed ho visto delle facce terribili! Odiose! Nelle quali NON VORREI riconoscermi, ma nelle quali, tragicamente, MI RICONOSCO. Ho potuto così capire Dostojevskij quando descrive quei personaggi abietti (ad esempio Rogozyn de “L’Idiota”) nel momento in cui riconoscono la propria abiezione.
Quando poi cerco di allargare questo tipo di sguardo dal viso al resto del mio corpo, il tutto è ancora più tragico, drastico, violento. Tanto da farmi distogliere ancora più in fretta lo sguardo dallo specchio.

Perche’ tutte queste contraddizioni? Questa Frizione?

Bisogno di riconoscersi
Identificazione col corpo fisico
Immagine mentale che lo psichismo dà di noi stessi a noi stessi
La considerazione che si ha di se’
L’interesse per la considerazione degli altri
L’accettazione (o meno) della forma esteriore di noi
L’accettazione (o meno) di ciò che siamo interiormente
Il desiderio e l’impossibilità di essere “uno” (pensando per di più di poter decidere quale “uno” essere)